besanaSi siede sorridente e un poco preoccupato, come se le domande a cui deve rispondere fossero un problema da risolvere.

Dallo sguardo e dalle sue prime parole si capisce che ha vissuto intensamente e con passione la sua esperienza sindacale.
“Ho passato il periodo dai 14 fino ai 53 anni lavorando al Salumificio Vismara di Casatenovo”.

Quasi a confessare un peccato e sicuramente ammettere un dispiacere, racconta di aver frequentato la scuola fino alla quinta classe elementare, passando poi direttamente al mondo del lavoro nel 1949.
“La mia cultura, come quella di quasi tutti gli altri miei compagni, si è sviluppata all’interno della fabbrica, dal momento che non ho potuto fare un percorso formativo strutturato”.

L’istruzione, la conoscenza, la cultura come ricerca continua per emanciparsi, e contare, per  potersi misurare con l’azienda e tutti i problemi della fabbrica.
“Appena assunto mi ritrovo iscritto d’ufficio alla Cisl. Ho sentore che c’è qualcosa che non funziona in questo modo di fare. Non passa molto tempo e chiedo di iscrivermi alla Cgil. Non lascerò più la Cgil; quasi l’ho sposata!
All’epoca la Vismara era la prima azienda europea nel settore alimentare. Insomma una potenza. A questi dati aziendali, però, non corrispondeva una situazione altrettanto positiva per chi vi lavorava.
Nella seconda metà degli anni ‘50, iniziano le agitazioni nel settore alimentare. Da noi arrivano le notizie degli scioperi svolti nel modenese e in Emilia Romagna. Non ho mai capito perchè il salumificio di Casatenovo, quasi per un tacito patto, fosse tenuto al riparo da ogni forma di iniziativa sindacale e politica.
Solo in seguito, qualche anno dopo, arriva proprio dall’Emilia un sindacalista che, per poter parlare con noi lavoratori iscritti alla Cgil, ci invita in un bar alla fine del turno. Cominciamo lì a discutere e a conoscere le posizioni e le iniziative della Cgil”.

Sono gli anni difficili della divisione sindacale e dei contrasti tra le organizzazioni dei lavoratori. Cesare sarà segnato da quella esperienza e la riprenderà sempre ogni volta per sollecitare all’unità del Sindacato.
“Sono sempre più coinvolto nelle discussioni sindacali e il confronto con gli altri lavoratori mi prende sempre più.
Siamo agli inizi degli anni ‘60 quando vengo eletto nella Commissione interna. La Commissione interna non era molto rappresentativa, ma consentiva al sindacato di muoversi dentro la fabbrica”.

Cesare non è ancora un “capo sindacale” riconosciuto, ma si sta preparando a diventarlo.
“La svolta avviene durante il rinnovo del contratto nel biennio 1961/62, quando viene indetto lo sciopero dello straordinario. Sciopero che reca molto fastidio all’azienda ma che ancora non coinvolge tutti i lavoratori. Per evitare che la protesta si allarghi troppo il “padrone Vismara” carica le “teste più calde” sui camion, trasferendole a lavorare alla stazione di Besana Brianza, luogo dove arrivano le derrate alimentari per la produzione. Il tentativo è chiaro: isolare la protesta”.

Sarà una mossa sbagliata. Al grido di “il padrone ci dà i soldi, ma non la dignità” Cesare parte da Besana Brianza e, a piedi, con altri quattordici lavoratori, torna a Casatenovo, dove riesce a coinvolgere tutti gli altri operai nello sciopero.
“Da quel momento la storia sembra cambiare: iniziamo a fare gli scioperi articolati ed organizzati ad ogni vertenza. Facciamo molti accordi aziendali che migliorano le condizioni dei lavoratori. Tanto che i lavoratori della Vismara erano considerati nella provincia “più bravi degli altri”.
Cresce la partecipazione e arrivano negli anni a seguire le lotte unitarie e la trasformazione della Commissione interna in Consiglio di fabbrica eletto dai lavoratori. I rapporti unitari con Cisl e Uil diventano positivi”.

Cesare Besana sarà sempre confermato in tutte le elezioni delle rappresentanze sindacali aziendali della Vismara di Casatenovo. Farà parte del direttivo provinciale della categoria e della Camera del Lavoro.
“La contrattazione in quegli anni era sempre aperta, la difesa dei diritti dei lavoratori è quasi diventata una ragione di vita per me, tanto da farmi pensare a un rapporto col Sindacato talmente stretto da sembrare morboso”.

Chiude l’intervista in modo chiaro, quasi repentino. Sembra voler definire in prima persona quali sono i tratti del messaggio da riportare e lo fa in con affermazioni quasi categoriche:
“un vero dirigente deve lasciare la sua traccia rinnovandosi nella continuità, perché anche l’organizzazione deve continuamente innovarsi”;
“dobbiamo qualificare sempre più la nostra azione promuovendo sempre più il  carattere unitario dell’iniziativa”.

Ci salutiamo. Cesare mancherà improvvisamente a tutti noi poche settimane dopo il nostro colloquio. Ci resta, ripensando all’intervista, “il sapore della dignità” che traspare dalle sue parole. La “dignità” dei lavoratori e delle persone che ha sempre difeso e a cui ha dedicato una parte importante della sua vita.