pirovanoViveva in una casa nella sua Barzanò. La casa sulla collina domina il paesaggio della Brianza lecchese. Ci ha accolte con gentilezza e grande ospitalità in compagnia della moglie.
“Sono nato qui, a Barzanò, da una famiglia antifascista. Da bambino non partecipavo ai sabato fascisti e ciò comportava richiami ed ammonizioni.
La prima esperienza di lavoro è stata in una piccola officina, dove ho imparato molto sotto il profilo tecnico. Nel 1942 sono poi passato all’Agrati di Monticello, come aiuto caporeparto nel reparto cambi, ho lavorato lì fino al 1947, anno in cui sono stato licenziato per rappresaglia. Erano tempi molto duri. Nel 1943, solo, tra i quattrocento dipendenti dell’Agrati, ho festeggiato la cattura di Mussolini.
Ci siamo battuti anche per ottenere per noi lavoratori di Monticello l’aumento di tre lire della paga. Abbiamo bloccato del lavoro per alcune ore per ottenere dalla direzione aziendale un accordo.
Sono stato poi licenziato, in tronco, dopo aver avuto un diverbio sull’impostazione del lavoro con il mio caporeparto. Per fortuna, grazie alla professionalità che avevo aquisito e alla forte industrializzazione della zona, mi hanno assunto il giorno stesso alla Tessilmeccanica. Quasi subito sono stato eletto nella Commissione interna. In questa azienda ho lavorato fino al 1968. La grande maggioranza di lavoratori di questa azienda era iscritta alla Cgil, tanto che la ditta era comunemente definita “Stalingrado”.

La Tessilmeccanica è tra le prime aziende che lottano per ottenere l’unificazione dei premi di produzione, risultato che viene raggiunto dopo sette giorni di sciopero consecutivi. Questa è solo una tappa di tante battaglie tenute negli anni ’60 per migliorare le condizioni di lavoro e conquistare nuovi diritti.
“Nel periodo dal 1947 al 1968 alla Tessilmeccanica, che in seguito diventerà Tecnomeccanica Lombarda, il sindacato ha sempre avuto una forte presenza attiva dovuta anche a una forte commissione interna a maggioranza Fiom di cui io ero uno dei punti di riferimento.
Posso dire che in fabbrica gli operai non hanno mai sofferto la divisone sindacale, che nel periodo dal 1950 al 1960 era invece fortemente sentita nelle fabbriche della zona.
Alla Tessilmeccanica la commissione interna ha interpretato il valore dell’unità rapportandosi sempre ai problemi della fabbrica, al raggiungimento degli obiettivi, al superamento delle discriminazioni.
Discutevamo di tutto: dei premi di produzione, dei livelli di categoria (basti pensare che i lavoratori inquadrati in quarta e quinta categoria erano circa il 70% dei 210 operai occupati nella fabbrica), della mutua interna, istituto che integrava l’assegno di malattia al 100% del mensile e che era gestito da un consiglio di amministrazione eletto dall’assemblea dei lavoratori.
Sono stato eletto nel direttivo provinciale della Fiom Cgil, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, nel 1954. Poco dopo sono stato staccato dalla produzione, in aspettativa sindacale, per svolgere attività sindacali nella provincia”.

Poi l’esperienza sindacale si sovrappone a quella politica. Una costante per tanti militanti della sinistra degli anni ’60 e ’70.
“Dopo due anni di direzione sindacale sono passato a tempo pieno nel lavoro del Partito Comunista Italiano. Ho collaborato alla realizzazione dell’organo di informazione La Voce di Lecco. Sono stato lontano dalla fabbrica solo alcuni anni. Al rientro in fabbrica alla Tessilmeccanica, sono stato trattato con rispetto dalla proprietà; credo soprattutto grazie alle mie riconosciute capacità lavorative. Questo nonostante le mie opinioni fossero note a tutti e poco condivise, soprattutto dai capi reparto”.

Poi l’esperienza politica sul territorio, sempre con uno sguardo verso il sindacato e la professione. Inaspettata la crisi aziendale, il licenziamento e la lotta per salvare l’azienda.

“Ho continuato la mia attività politica come Segretario del Pci a Barzanò. Nel frattempo ho continuando a migliorare la mia preparazione professionale frequentando una scuola tecnica serale. E’ stato un periodo molto pieno, con poche ore di sonno e troppo tempo tolto alla famiglia. Sono stato ancora una volta rieletto nella Commissione interna; tra le conquiste importanti ottenute in quel periodo ricordo la creazione della mutua intern a per malattia sostenuta da un contributo degli operai e con una integrazione da parte dell’azienda.
Poi l’azienda, diretta fino al 1964 dal “padrone”, passò al figlio, che per ragioni di salute fu costretto a delegare ad un manager. Iniziò così una nuova fase aziendale, in cui questo dirigente teneva un atteggiamento provocatorio con l’intenzione di dividere gli operai per cambiarne la mentalità e indebolirne la forza contrattuale. Quando questo manager sospese un operaio organizzammo un’assemblea durante il lavoro, in cui il responsabile fu simbolicamente processato e licenziato.
In realtà, a seguito di questo episodio, venne prima licenziato Dante Besana, membro della commissione interna che nel confronto in assemblea con il dirigente delegato fu il più duro.
L’Unità fece un lungo articolo su tali fatti; io portai in fabbrica centocinquanta copie del giornale e le vendetti tutte. Il mattino seguente trovai i Carabinieri sul portone della fabbrica che mi informarono che avevano l’ordine di non farmi entrare: licenziamento in tronco.
Da quel momento è partito lo sciopero ad oltranza durato quindici giorni. Gli operai dentro la fabbrica. Fuori io e Besana a gestire lo sciopero.
La conclusione della vertenza avvenne in ospedale, dove parlai al capezzale del proprietario della fabbrica. Mi ricordo chiaramente quello che mi disse: “Io ho poco da campare, ma lei mi ha detto che non si sarebbe più interessato al sindacato…”. E io, in tutta sincerità, risposi: “Io ho detto che non avrei più fatto il funzionario sindacale, non che non avrei difeso i diritti dei lavoratori”.
Morì otto giorni dopo il nostro incontro. Io fui riassunto in fabbrica, ma i nuovi metodi direzionali non furono efficaci e tanto meno utili per la soluzione della crisi industriale del settore e della stessa nostra azienda”.

Nel 1968, poco dopo la reintegrazione in azienda, Luigi si dimette. Lavorerà sino al 1981, anno del pensionamento presso la IDEM, dove si producono macchine per studi dentistici.
Per sette legislature è stato Consigliere comunale a Barzanò.
Ritornerà ad occuparsi di sindacato direttamente dal 1983 al 1991, quando come responsabile di zona collabora alla costruzione del progetto della lega di Barzanò che nasce in quegli anni staccandosi da quella di Merate.

Luigi ci saluta con la moglie sulla porta di casa: affettuosi e gentili. Ci portiamo appresso alcune foto che abbiamo scattato e il piacere di un incontro semplice ed importante.